Sierra Leone

Il ministro degli Esteri, Franco Frattini inaugura il nuovo Centro Chirurgico a Macheni. Nuove speranze per gli amputati:

Cinquantatre anni dopo, un Capo di Stato torna a tagliare il nastro di un opera “Don Gnocchi”.Era successo nel settembre del’55’ a Milano, quando l’allora presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, presente lo stesso Don Carlo, partecipò alla posa della prima pietra del Centro pilota per poliomielitici.

Oltre mezzo secolo dopo, lo scorso 24 marzo, qualcosa di simile è accaduto a migliaia di chilometri di distanza con l’inaugurazione a Makeni, in Sierra Leone piccolo Stato nell’Africa occidentale, sulla costa dell’oceano Atlantico, del Centro per la chirurgia ricostruttiva di amputazioni degli arti e la loro riabilitazione, progetto realizzato dalla Fondazione Don Gnocchi in collaborazione e con il cofinanziamento della Caritas diocesana locale, Mine Action Italy ,Gicam(Gruppo Italiano Chirurghi Amici della Mano, presieduto da Marco Lanzetta) e ministero degli Affari Esteri Italiano. IL ministro degli esteri Franco Frattini, ha fatto tappa a Macheni nel corso della sua visita che ha compiuto nel mese di febbraio in numerosi stati africani, insieme ai più alti funzionari della cooperazione italiana, tra cui il direttore generale Elisabetta Belloni, il capo Gabinetto Alain Economides e il Direttore Generale per Paesi dell’ Africa Sub-Sahariana, Giuseppe Morabito

IL nuovo presidente della Sierra Leone, Ernest Bai Koroma,ha infatti preso parte alla cerimonia, insieme al vescovo di Makeni, monsignor Giorgio Biguzzi, al responsabile dell’Area Solidarietà Internazionale (ASI) della fondazione, Roberto Rambaldi in rappresentanza del presidente, monsig.Angelo Bazzari- Massimo Ferrario, referente ASI per la Sierra Leone, il capo progetto Stefano Depretto e Laura Bonardi, fisioterapista del Centro “Don Gnocchi” di Rovato (BS), in missione a Makeni.

Tutto è andato bene, la cerimonia è stata particolarmente suggestiva –racconta Rambaldi –I lavori di preparazione si erano conclusi soltanto la sera prima, giorno di Pasqua. E pochi giorni dopo, sono stati effettuati primi interventi chirurgici. La struttura di proprietà della diocesi di Macheni, comprende una sala operatoria, una palestra per la riabilitazione, due studi medici per le visite, due sale per trattamenti individuali e due reparti di degenza, maschile e femminile.

Tutto questo grazie a una nuova costruzione (circa 600 metri quadrati ) e alla ristrutturazione di ambienti esistenti, insieme all’invio da parte di alcuni Centri della Fondazione di materiale ed attrezzature per il locale laboratorio di analisi, per la sala operatoria e gli ambienti di riabilitazione .Qui personale locale, debitamente formato, faciliterà la ripresa funzionale della mobilità degli arti lesionati, segnalando all’occorrenza la necessità di protesi. Il progetto prevede inoltre programmi di Comunity Based Rehabilitation, per raggiungere le persone che necessitano di cure nella loro residenza e fornire le nozioni indispensabili alla riabilitazione e all’integrazione sociale e lavorativa. Non abbiamo voluto realizzare una nuova struttura –ha detto Rambaldi nel corso della cerimonia di inaugurazione, salutando le autorità presenti e ringraziando calorosamente tutti i partner del progetto –insieme a tutti voi abbiamo preferito potenziare quel che già esisteva. Ora cominciamo con questa unità di microchirurgia della mano, che opererà ad un livello molto alto. struttura e attrezzature potranno poi essere utilizzate per altre priorità, sempre nell’ambito della riabilitazione. Molto apprezzato, per stile e contenuti, è stato l’intervento del presidente della Sierra Leone, come pure significative sono state le parole del vice ministro della Sanità, del sindaco e delle altre autorità civili, militari e religiose (cattoliche e mussulmane ) intervenute alla festa insieme a tanta gente comune.

Oltre mezzo secolo dopo quella mattinata milanese, dall’altra parte del mondo, la speranza è tornata a brillare allo stesso modo negli occhi soprattutto di tanti bambini e giovani, che saranno ora curati nel Centro. Una speranza che si chiama “futuro” e che poggia su quella pace che pare resistere da qualche anno e che certamente costituisce un primo piccolissimo tassello per un domani migliore anche per il Paese che l’ONU relega all’ultimo posto al mondo per indice di sviluppo umano.

Le fasi del progetto

Il progetto ha preso avvio nell’ottobre 2006 con una missione di start-up da parte di due tecnici della fondazione Don Gnocchi e dopo un anno di lavori, nell’ottobre 2007 è iniziato l’allestimento degli spazi interni, per renderli fruibili dalle àquipe mediche di chirurghi e per ospitare i pazienti nelle fasi successive alle operazioni.
Il coordinamento di tutte le attività è stata affidata al capo progetto, geometra Stefano De Pretto,coadiuvato negli aspetti riabilitativi dalle fisioterapiste Laura Bonardi e Maria Carni.
Nel febbraio 2008 è stata organizzata la prima missione medica, con il duplice compito di verificare il buon funzionamento di tutte le attrezzature specialistiche e di eseguire il primo screening sulla popolazione di persone che presentavano problemi agli arti superiori. Complessivamente sono state visitate poco più di 170 persone, a cui sono stati garantiti i pagamenti delle spese di viaggio, vitto ed alloggio per tutta la durata dello screening.
Da queste analisi sono state selezionate una cinquantina di persone, da inserire nei turni operatori, che vengono organizzati in periodi di circa venti giorni ogni tre mesi, per permettere il recupero funzionale dell’arto operato con le opportune sedute di riabilitazione fisica e funzionale. Nonostante le difficoltà iniziali ( carenza di acqua, scarsità di energia elettrica e insufficienza di personale locale ),sono stati già effettuati poco più di cinquanta interventi.
Le àquipe mediche Gicam hanno sempre richiesto una netta separazione tra i pazienti ricoverati in medicina generale e quelli di ortopedia chirurgica, data l’enorme possibilità di contrarre infezioni all’arto operato, difficilmente curabili e che, nei casi peggiori, possono portare alla necessità di amputazione .
Si è reso quindi necessario procedere ad una divisione di spazi tra l’ala dedicata all’ortopedia e le altre unità mediche.

Il progetto in atto presso il Centro di Makeni terminerà nell’ottobre 2009, data di chiusura amministrativa delle attività .Si spera che per quella data sia possibile ottenere dagli organi competenti un suo rinnovo, una prosecuzione di altri tre anni, periodo di tempo indispensabile per portare sollievo ad altre persone in modo da aumentare la loro qualità di vita quotidiana.